Il tempo di Avvento si apre con questa pagina del profeta Isaia, piena di dramma e di commozione.
C’è un grido che domina su tutto: “Se tu squarciassi i cieli”. É il desiderio di essere visitati, di sapere che non siamo soli, che per qualcuno siamo preziosi.
La venuta del Signore è l’orizzonte con cui un credente dovrebbe vivere. Spesso, però, questa venuta noi la vogliamo programmare: “Dimmelo, così mi preparo.”

In questo modo di concepire le possibili visite del Mistero, si nasconde il tentativo di possesso, di controllo della realtà. É la prima tentazione che la Bibbia ci propone nell’episodio dell’albero della conoscenza del bene e del male.
Ad Adamo ed Eva era stato chiesto da Dio un sacrificio: potevano cibarsi di tutti gli alberi del paradiso, tranne di quello della conoscenza del bene e del male. Il serpente, invece insiste sulla bontà di sapere tutto e li convince a disobbedire, cogliendo il frutto.
Il peccato dei progenitori si può riassumere così: SAPERE TUTTO PER CONTROLLARE TUTTO. Che prospettiva manca? Quella della disponibilità a ospitare sempre qualcosa di più grande di noi.

Quando il Signore ci visita, ci sposta sempre dalla nostra postazione di controllo, il suo è un invito ad andare oltre. Pensiamo alla nostra vita concreta, con i figli, per esempio, non siamo sempre chiamati a spostarci dall’idea che abbiamo su di loro? E anche verso noi stessi e tutti i progetti che avevamo da giovani. La vita ci ha preso, talvolta, anche strattonandoci e ci ha portato lì dove nessuno pensava di poter andare.

Il tempo di Avvento è un dono che la Chiesa ci fa per ritornare a vivere in questa disponibilità al disegno di Dio. La parola dominante che la liturgia ci propone è l’imperativo: “Vigilate”.
La veglia, però, non è il punto di partenza. Si veglia per attendere qualcuno o per proteggere qualcosa. La questione è quindi avere un tesoro prezioso da difendere o da ricevere nuovamente.

Qual è il mio tesoro?