Il tema di oggi, lo abbiamo sentito nella prima lettura e nel vangelo, è come Gesù sta davanti alla sofferenza delle persone che incontrava durante la sua missione pubblica. Scopriamo nel testo del vangelo la sua vicinanza agli ammalati. Per esempio, guarisce la suocera di Pietro prendendola per mano, e lei, subito, incomincia a servire gli ospiti di casa. Ogni servizio, ogni diaconia nella chiesa, dovrebbe avere questa origine. Il mio lavorare per il Regno di Dio non può che aver origine dalla guarigione di Cristo della mie infermità.

San Marco usa il verbo “etherapeusen” per descrivere il modo con cui Gesù guariva. Esso indica una cura, una collaborazione da parte del malato. Non è una magia. La salvezza è sempre un dono gratuito di Dio che attende la risposta libera dell’uomo.

Domandiamoci: perchè Dio permette la sofferenza, la malattia? Liberiamo subito il campo dall’equivoco che sia Dio a volerle. Assolutamente no. Gesù piange davanti alla morte di Lazzaro, ha compassione, freme davanti ai malati. La malattia nasce da un “no” a cui misteriosamente partecipiamo tutti. “Tutta la creazione geme”, dice San Paolo, “nell’attesa della rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,19.22). Cioè tutto il mondo ha bisogno di vedere nella carne degli amici di Cristo, la sua passione e resurrezione in atto.
Anche gli apostoli, un giorno, vedendo un uomo cieco dalla nascita, hanno domandato a Gesù: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio.” Questo è lo sguardo di fede davanti alla sofferenza dell’uomo.

In questa anni di ministero sacerdotale ho visto accadere questo giudizio semplice di Gesù. Anche in questi ultimi giorni ho tanti amici che stanno portando croci enormi. Esse sono un faro per tanti di noi che li conosciamo, per il modo di vivere la loro sofferenza, non da disperati, ma da persone che si abbandonano ad un disegno più grande che è la volontà di Dio.
E’ giusto chiedere il miracolo della guarigione, se non lo facciamo noi che ci crediamo, chi potrebbe farlo? E poi significherebbe trattare Dio, non da Dio.
Ma il miracolo più importante che la Chiesa da sempre ha riconosciuto, non è la guarigione fisica, ma la conversione del cuore.

Voglio leggervi una pagina di Emmanuel Mounier, un filosofo esistenzialista a cui era nata una con una bambina grave malattia, che si chiamava Francoise. In questa lettera parla della possibilità di andare a Lourdes a pregare per chiedere il miracolo:
“Lourdes, Lourdes? Da tre giorni sono ossessionato da questo nome.occorre avere un cuore molto semplice per essere in comunione con tutti coloro che hanno creduto in Lourdes. Penso che farei una pazzia da un punto di vista semplicemente umano: condurrei Françoise a Lourdes non per chiedere il miracolo materiale, ma per mettermi in fila e conoscere la gioia di ricondurre a casa una bambina sempre ammalata, la gioia di aver creduto alla gratuità della grazia di Dio (e non al suo automatismo terapeutico), la gioia di sapere che il miracolo non è rifiutato a chi lo accoglie in anticipo sotto tutte le sue forme, anche sotto quelle invisibili, anche sotto quelle croce fisse, anche se si trattasse della fine.Françoise è più presente di una bambina graziosa e normale.”

Chiediamo di avere le nostre sofferenze come una possibilità di sperimentare la potenza dell resurrezione di Cristo, che fa nuove tutte le cose (Ap 21,5)