II domenica dopo Natale – 4 gennaio 2026 (Anno A)

Questa domenica vorrei soffermarmi sulla seconda lettura, tratta dalla lettera di san Paolo agli Efesi.È un antico Inno che forse nelle prime liturgie cristiane veniva cantato. In Esso l’apostolo rivela il grande disegno di Dio sul mondo e sull’umanità.

Ripercorriamo brevemente alcune parole e frasi:

  •  “Benedetti”: Dio dice bene di Noi.
  • “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo”. Siamo pensati, amati, cercati, prima di tutte le creature che abitano sulla terra. Non siamo al mondo per caso. Dio non si è sbagliato nel farci venire alla luce. Anche se fossimo nati per sbaglio o per caso, non viviamo per caso.
  • “Santi”: in ebraico la parola santo significa letteralmente “separato”, preso, preferito. Nel cuore di Dio c’è un posto speciale per ognuno di noi.
  • “Immacolati”: siamo stati creati per la bellezza, per la verità, per la luce.
  • “predestinandoci ad essere suoi figli adottivi”: siamo “destinati per” la gloria. Questo avviene però attraverso una chiamata. Dio si rivolge sempre alla nostra libertà. Possiamo anche rifiutare questo invito. Tutto questo avviene nella logica dell’essere concepiti come “figli”. Perché Dio si è rivelato come Padre e quindi ogni relazione con l’umanità è vissuta nell’orizzonte filiale. Infatti, solo il figlio vive le esperienze che ho citato sopra, quella cioè di essere amato, preferito, perdonato, indirizzato verso la bellezza.

In questa domenica torna anche un altro tema, quella della Sapienza. Domandiamoci: che cos’è la sapienza cristiana? Che cos’era la sapienza di Cristo? La sua relazione col Padre, cioè il vivere fino in fondo la sua natura di Figlio.

La sapienza cristiana è lo sguardo che nasce dall’appartenenza alla comunione sacramentale. Per essere sapienti è necessario quindi una disponibilità ad andare oltre le proprie scoperte o intuizioni, per poter ospitare in sé una nuova concezione della realtà che nasce dall’incontro con Cristo risorto nella comunità cristiana.

L’opposto della sapienza è la stoltezza. Ci lasciamo aiutare dal genio di Giotto, che nella parte a Nord della Cappella degli Scrovegni dipinge i vizi, che si oppongono alle virtù affrescate a sud, dove splende la luce.

La stoltezza è rappresentata da un uomo goffo, vestito da uccello, che con la mano sinistra imita il volto di uno struzzo.

Noi sappiamo che questi uccelli hanno la particolarità di mettere il muso sottoterra, o per girare e controllare le uova deposte precedentemente, oppure per mimetizzarsi con l’ambiente come forma di difesa verso i loro predatori.

La stoltezza è uniformarsi all’ambiente, perdere l’originalità nata dall’incontro con Cristo.

Preghiamo perché ci sia donata la grazia di rimanere fedeli alla novità che ci è stata donata nel Battesimo.

Don Stefano

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